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21 gennaio 2012

Dati economici e avvicendamenti (1/3)

Ecco il primo di tre post. Si tratta della prima parte di un contributo che raccoglie le considerazioni emerse a seguito di un intervento di consulenza in una impresa sociale di inserimento lavorativo (cooperativa sociale B).

Il bilancio economico è uno strumento di valutazione?

Le imprese sociali più strutturate (non necessariamente le più grandi) sembrano in grado di superare l’approccio adempitivo: predispongono bilanci preventivi, effettuano periodiche verifiche di andamento, monitorano le performance servendosi di budget dei servizi dei quali sono responsabili le figure di coordinamento (contabilità per centri di responsabilità). Il bilancio è inteso come sintesi in grado di dare una rappresentazione complessiva dell’andamento dell’impresa, il controllo di gestione invece viene utilizzato quale dispositivo informativo che accompagna l’azione gestionale dei dirigenti e degli organi di governo.
Naturalmente non è sempre così. Non sempre si ritrova questo equilibrio nelle competenze gestionali dei vertici organizzativi. La capacità strumentale del bilancio può essere trascurata, con un sorta di svalutazione delle dimensioni economiche, o enfatizzata affidando alla razionalità economica una capacità previsionale indiscutibile (il potere conoscitivo per antonomasia).

Attraverso le difficoltà

L’esperienza a cui brevemente accenniamo prova a mettere in luce l’impiego del bilancio economico come supporto valutativo in un momento delicato della vita di una cooperativa sociale di tipo B, che per comodità chiameremo Nova.
Segnali di crisi venivano da tempo evidenziati: difficoltà di rinnovare affidamenti diretti sotto soglia (articolo 4 della legge 381/1991), fatica nell’entrare in relazione con nuovi clienti pubblici, stanchezza e malumori diffusi fra i capisquadra ed i lavoratori impegnati in percorsi di inserimento al lavoro. In una situazione che si presentava complessa la cooperativa Nova si trovò inoltre ad affrontare un delicato avvicendamento di autorità. La presidente, storica figura carismatica, aveva interrotto il suo lavoro per ragioni professionali, che forse non giustificavano del tutto una pressoché completa sospensione dalle attività richieste dalla carica ed un ritiro quasi inaccessibile.
Il Consiglio di Amministrazione, composto da tre capisquadra e da un volontario, aveva cooptato – in sostituzione della presidente – un quinto membro, convincendo un socio fondatore ancora in contatto con la cooperativa, a dare la sua disponibilità. L’obiettivo immediato, sul quale il gruppo degli amministratori con resistenze ed ambivalenze conveniva, era la necessità di rendersi conto dello stato di salute dell’impresa per impostare una strategia, se non di rilancio, almeno di temporanea tenuta, così da far fronte dalla situazione di crisi acuta (non si escludeva una fusione, ma le condizioni del momento certamente la rendevano improponibile). Nel Consiglio (irritato e frastornato) le posizioni divergevano sulle possibili azioni da compiere, e sembrava quasi intollerabile affrontare una prima concreta ricognizione dei problemi come passo per avviare un qualche cambiamento. Nella confusione un punto fermo restava l’esame del bilancio e la stesura della nota esplicativa in vista dell’assemblea dei soci, che non solo avrebbe dovuto consentire di approvare il bilancio annuale ma anche indicare (avallare) un primo percorso evolutivo, un embrionale piano di azione. Il bilancio economico predisposto dallo studio commercialista era in passivo: presentava entrate e uscite nella classica forma intelligibile ai soli tecnici. Il fatto che il bilancio da un lato non fosse comprensibile all’intera compagine di governo in tutti i suoi risvolti, e che dall’altro sembrasse presentare un quadro fosco al punto da temere per una possibile involuzione, divenne elemento di convergenza e attivazione. Si potevano davvero conservare speranze di un superamento della situazione, o piuttosto immaginare (e lavorare per) una confluenza con un’altra cooperativa sociale B del territorio, o invece era necessario disporsi ad una soluzione drastica? In quel momento non si era in grado di formulare nessuna ipotesi affidabile.

Leggere il bilancio per comprendere la complessità?

L’impossibilità di entrare nel merito delle informazioni di bilancio per comprendere le debolezze organizzative attraverso il linguaggio economico e la difficoltà di presentare una proposta argomentata (quale che fosse: di rilancio, di aggregazione o che prefigurasse altro) spinse il CdA a concordare su un comune progetto per entrare nel merito dei risultati economici. Il volontario fondatore insisteva nel chiedersi in quale situazione si trovavano altre cooperative sociali B conosciute, con le quali vi erano stati contatti di lavoro e occasionali confronti sulle questioni legate alle metodologie di inserimento al lavoro. La decisione del Consiglio di Nova fu di chiedere un supporto esterno per preparare la riclassificazione del conto economico secondo le schema del valore aggiunto. E successivamente di provare ad incontrare le dirigenze delle cooperative sociali considerate punti di riferimento, per avviare un confronto sulle condizioni di operatività, l’articolazione dei rapporti con gli interlocutori (committenti, clienti, territorio), le modalità di lavoro ed i settori di potenziale rilancio, le metodologie per favorire l’integrazione socio-lavorativa delle persone in condizione di difficoltà, le remote o eventuali prospettive di sviluppo…
Due dunque i tracciati di lavoro in vista dell’imminente assemblea:

  • riclassificare il conto economico secondo lo schema del valore aggiunto,
  • aprire un confronto con altre dirigenze (di cooperative sociali B considerate di successo) e provare – questa l’ipotesi della dirigenza della cooperativa B Nova – a prefigurare possibili passi di rilancio.

Questo secondo obiettivo presentava difficili possibilità di realizzazione: tempi ristretti, disponibilità a prendere parte ad un lavoro di confronto condizionate dagli impegni, esigenza di sviluppare una quadro delle questioni da affrontare… insomma erano necessari tempi più dilatati per realizzare un confronto non affrettato che potesse rivelarsi efficace.
Ma proprio nel prendere i contatti e spiegare la situazione della cooperativa sociale B Nova, il frangente critico che stava affrontando e le sue intenzioni di provare a confrontarsi con altre esperienze, venne l’idea di verificare la possibilità di organizzare uno o due incontri di scambio e confronto fra le dirigenze. Anche le altre cooperative sociali B stavano preparandosi all’assemblea di bilancio, e sarebbe stato forse possibile comparare i bilanci poiché tutte e tre le cooperative contattate, da tempo, presentavano alla compagine societaria la riclassificazione a valore aggiunto. Di qui l’idea di provare a costruire un quadro sinottico dei bilanci delle quattro cooperative, ricostruiti secondo lo schema del valore aggiunto. Il lavoro sarebbe stato utile alla cooperativa sociale B Nova che commissionava l’intervento, ma contemporaneamente anche le altre cooperative che mettevano a disposizione i loro dati, cominciavano ad incuriosirsi alla possibilità di confrontare le loro performance e inoltre avrebbero potuto a loro volta decidere di usare il quadro sinottico prodotto con il loro apporto per ragionare sulle proprie performance.

[segue... post 2, post 3]

21 gennaio 2012

Avvertenza, prima che si alzi il sipario

I formatori (practitioner o accademici) corrono spesso il rischio di trasformarsi in imbonitori. Illustrano configurazioni auree, promuovono sistemi ordinati, vendono soluzioni convincenti.
Se va bene – smaglianti – rassicurano. Alleviano così per un breve tratto le fatiche del lavoro.
Perché lo facciano è ancora in parte un mistero. Più ragioni – si può intuire: l’incertezza indispone (formazione-placebo?), il pubblico chiede divertimenti (form-entertainment?)…
E si sa poco anche degli effetti a medio e lungo termine: se si perde l’ammicco del formatore, si finisce col credere a quello che si dice-si sente-si fa, alimentando così futuri disappunti.
Nella fiction formativa l’incollimabilità delle cose tende a venire espunta. Nelle lunghe trasmissioni slide-oriented può prevalere la noia. Nelle esercitazioni, l’immobile pedalare sulla cyclette. Prevale in ogni caso una sotterranea tensione alla stabilizzazione. Addestrare è allenare all’autocontrollo.
Sulla distanza questa formazione può avere effetti collaterali.
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PS
Scrivo questa avvertenza per me stesso. Sto preparando un intervento di formazione di quattro giorni. A rischio tra esoterismo e cabaret, cerco di collegarmi emotivamente con i giorni che verranno.
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14 gennaio 2012

Email, turni conversazionali e ringraziamenti

Iosua (2010)

Tre coincidenze fanno sistema
Vorrei proporre alcune considerazioni sui turni di parola nella scrittura elettronica. Siamo nel campo della sociolinguistica. Mi muovo circospetto e titubante.

Parto da tre osservazioni empiriche. Nelle scorse settimane ho ricevuto tre email da tre studenti dell’università. Tre richieste riguardanti la possibilità di sostenere – senza frequentare – l’esame di Psicosociologia dei gruppi e delle organizzazioni.
Tre richieste, tre risposte e nessuna chiusura.
Cioè ho risposto via email alle richieste che gli studenti mi hanno sottoposto, ma l’interazione si è chiusa lì. Le email le ho mandate volentieri: ho cercato di spiegare l’impostazione del corso e di fornire indicazioni su cosa fosse possibile fare. Ho chiuso l’email dando la mia disponibilità a essere contattato telefonicamente o per un appuntamento in università. Rispondere alle richieste degli studenti rientra nei miei compiti, ho cercato di farlo a modo (al meglio delle forze).
Tre richieste, tre risposte e nessuna chiusura.
Saranno andate perse le email?
No impossibile, sono anni che non perdo email. E in ogni caso in quei giorni tutto funzionava perfettamente.
Avrò scritto cose incomprensibili?
Ho riguardato le email e non mi sembra. Il solito tono, cordiale e formale al tempo stesso, come si addice – e ci si aspetta – nel contesto universitario.
Cosa è successo?

“Eh.. ma è tipico dell’università…
Si dirà che le modalità comunicative dipendono dai codici relazionali propri del contesto (universitario). Non sono del tutto convinto. È possibile certo che in circolo, nelle situazioni specifiche che ho descritto, ci sia l’idea che, una volta ricevute informazioni sollecitate, l’interazione si chiuda lì. Certo è possibile, ma, oltre ad essere un modo facile per rimettere rapidamente la questione nella scatola e chiuderla, noto che gli scambi lasciati in sospeso sono presenti anche in altri contesti.
[Insomma non accetto l’idea che sia tipico degli studenti dell’università: l’argomentazione “Ah, i giovani d’oggi rientra nel campo delle rimozioni psicoanalitiche].
Anche in altri contesti lavorativi accade che le conversazioni rimangano in sospeso. Non tutti cioè dopo aver sollecitato una risposta e averla ottenuta rispondono con un garbato e disimpegnante: “Bene, grazie, ti farò sapere”, che ancora non dice né sì né no, ma almeno segnala di avere assunto su di sé l’onere del passo successivo, chiudendo così lo scambio.

Immaginazione…
Mi sono immaginato una situazione del genere.
Mi chiama un collega al telefono.
Mi chiede se è confermato l’incontro in programma per il prossimo lunedì e mi chiede di portargli del materiale in mio possesso.
Poi, anziché ringraziare, passare a qualche formula di commiato più o meno lunga, fare una battuta e salutare… Riattacca.
Cosa penserei (cosa pensereste)?
Mah, che si è fulminato o che è caduta la linea.
Al telefono – fateci caso – ci sono diverse modalità di contatto, ma in genere non si sfugge ai convenevoli di apertura e a qualche modalità di commiato (diverse, più o meno impegnative, nelle diverse situazioni relazionali).

In ogni caso omettere le chiusure e i commiati sollecita riprovazione (Eh, che modi!).
Quanto tempo investiamo ad insegnare ai nostri figli le magiche parole che faticano a diventare automatismi? Quante volte dobbiamo ripetere che è necessario dire “per favore” e “grazie” indipendentemente dalle situazioni e dalle persone con cui ci rapportiamo?
(E quanto tempo hanno investito con noi?)

Il silenzio è un’informazione ambigua
C’è poi un secondo aspetto.
Il silenzio non è facilmente decodificabile.
Il silenzio è assenso? Sì, ma dobbiamo essere d’accordo preliminarmente nell’interpretarlo come via libera.
E in ogni caso questa forma d’uso del silenzio (lo segnalano con chiarezza Weick e Sucfliffe, 2010, p. 153 e d’intorni) non è sempre interpretabile univocamente. Il silenzio potrebbe dipendere da qualche impedimento nel ricevere l’informazione o da una mancata elaborazione. In questo caso il silenzio non sarebbe intenzionalmente avvallo. Ci sarebbe un problema da qualche parte, lungo il corso della comunicazione che non invece interpretiamo come assenso pieno e positivo. L’assenza di comunicazione è comunicazione… da disambiguare (al minimo) e da interpretare.
Tornerò, in un prossimo post, sulle richieste che non ricevono risposta (alla domanda si risponde con il silenzio, cioè non si risponde).
Intanto sono (moderatamente) preoccupato per il silenzio alle mie email di risposta.
Il silenzio è uno spazio che consente la comunicazione?
Il silenzio è un’attesa che consente di prendere parola?
Il silenzio è una pausa che dà spazio alla riflessione?
Il silenzio è un intervallo che dà modo ai parlanti di organizzarsi?
Il silenzio è una sconnessione tecnica?
Il silenzio è un ritiro e una assenza relazionale?
Il silenzio è un vuoto inspiegabile?
O un successo certo (“nessuna nuova, buona nuova”)?
Il silenzio è tutto quanto noi vogliamo che sia, e anche una semplificazione?

Ringraziare non è time-consuming
Ringraziare non è mai tempo sprecato e non consuma tempo. Se il tempo non è un apriori quantitativo ma un vissuto psicologico e una dimensione sociale, ricevere un “grazie” dilata il (mio) tempo e rende l’affollamento delle incombenze meno oneroso da gestire.

Qualcuno sostiene che si dovrebbero evitare le email di ringraziamento per non ingolfare le caselle di posta. Non sono d’accordo (l’ho già argomentato qui). Non sono queste le email che disturbano o fanno perdere minuti preziosi.

Ci vuole poco a dire grazie. Per essere veloci si può inserire il grazie nell’oggetto. Si può semplicemente fare un reply dicendo: “Grazie per i materiali, a presto”. Oppure: “Grazie per le informazioni, le valuto ed eventualmente mi farò vivo”. Non sto parlando, lo si sarà capito di ringraziamenti extra-conversazionali (inutile e fastidiosa piaggeria derelazionale), ma di ringraziamenti pertinenti e collegati allo scambio in corso.
[I ringraziamenti rinsaldano i legami, e li vivificano, attivano energie e aiutano ad andare avanti.]

(Non solo) secondo me
Anche per le email, secondo me, lo schema dovrebbe essere: “Formulo una richiesta > Ricevo una risposta > Ringrazio e chiudo”.
Un “Ok, ricevuto, procedo”, non guasta, non ruba tempo, non lascia appesi tra il sì e il no, consente di procedere. Nelle pratiche conversazionali il sistema di presa di turno è essenziale (viceversa non c’è conversazione). Le conversazioni, per potersi dire comunicazioni fra parlanti, si configurano come sequenze di scambi sufficientemente ordinati, regolati dagli stessi soggetti nel momento stesso in cui interagiscono fra loro (Jacob, 2001, da p. 376 in avanti).
Quello che potrebbe accadere nel caso delle email è che lo scivolamento (quasi un processo che investe l’immaginario collettivo?) verso un linguaggio scritto che utilizza le regole del parlato determina una maggiore flessibilità nella presa di turno, quasi che le email (lo sentiamo dire spesso) possano essere ascritte alle conversazioni informali. Se fosse così significherebbe che a una richiesta brevissima potrebbe seguire una risposta lunga, o che a un insieme di domande articolate si potrebbe rispondere quasi a monosillabi (sì… ma poi quando ci si comporta in questo modo, entrambi gli interlocutori sentono che c’è qualcosa di minimale e di stonato).
Nell’uso delle email (nell’esempio sopra riportato) potrebbe essere che per gli studenti, la risposta del docente completa (e chiude) l’interazione.
“Cosa c’è da aggiungere? Ho fatto una richiesta, ho ricevuto la risposta. Fine”.
Se fossimo in una interazione vis-a-vis, ci sarebbe un: “Bene, grazie, ci penso… arrivederci” > “Arrivederci”. In questo caso il mezzo (l’email) sembra ostacolare la risposta di chiusura (nonostante il tasto ‘reply’).
Mi chiedo però se l’interruzione della conversazione a due turni (domanda > risposta), invece che a tre (domanda > risposta > ringraziamento e chiusura) non dipenda dalla formula di commiato che ho usato nella email. Se cioè il mio modo di accomiatarmi non avesse determinato l’implicito che la conversazione fosse terminata e che non fosse necessario aggiungere altro. È possibile. Se chiudo dicendo: “Adesso, alla luce delle informazioni che le ho dato, valuti cosa fare”, forse è come se dicessi: “Io ho finito. Adesso sta a lei…”. Quasi una specie di “Passo e chiudo”…
Se invece avessi detto: “Mi faccia sapere cosa decide di fare” avrei tenuto la conversazione aperta. Anche se mi rendo conto che sto spostando l’asse dalla questione dai turni conversazionali che si chiudono con un “Grazie”, all’attenzione sulle modalità di rilancio dei turni di parola. Rimane il dubbio che qualcosa non abbia funzionato nell’articolazione del discorso e abbia inibito la commutazione. Che il problema (se di problema è corretto parlare) sia nelle rappresentazioni delle interazioni, nella pragmatica o nella retorica del discorso? Mi sfugge la razionalità sostanziale degli accadimenti, non colgo le relazioni e le interdipendenze degli eventi nella specifica situazione comunicativa, vedo tutto un po’ sfuocato e strizzo gli occhi (Catino, 2009, p. 110 e d’intorni).
In ogni caso nelle email non è agevole metacomunicare. Non ci si vede, la comunicazione è asincrona, sollecitare equivale a riprendersi il turno (e insistere)…
Come ci si deve comportare allora?

PS
Adesso che rileggo mi chiedo come le cose vadano nel caso degli SMS… La situazione è simile e diversa. Bastano una domanda e una risposta? Si può omettere l’SMS di ringraziamento (e di chiusura). Dipende da come la risposta segnala la fine della conversazione? Ad esempio: “Manca il latte” > “Ci penso io”. La conversazione si può chiudere così. Siamo al top dell’informale. Ma mi pare possa funzionare. In altra situazione: “Passi tu a prendermi alle 8?” > “Sì, ok” > “ok, a domani”. In questo caso i turni sono tre e c’è una chiusura. Mah, c’è da ragionarci.

PPS
Anche i robot dicono grazie. Ieri, per la prima volta ho registrato un esame usando la firma digitale e una procedura on-line. Al termine della telefonata che serviva per firmare (SIM+codice esame+PIN personale) il computer con il quale interagivo ha detto: “Grazie per la chiamata”.
Che dire?
“Prego”?

.

Riferimenti
Berruto G., Prima lezione di sociolonguistica, Laterza, 2011 (2004)
Catino M., Miopia organizzativa. Problemi di razionalità e previsione nelle organizzazioni, Il Mulino, 2009.
Jacob S., “Turno /Turn”, in Duranti A. (a cura di), Culture e discorso. Un lessico per le scienze umane, Meltemi, 2001, pp. 376-382.
Weick K. E. e Sutcliffe K. M., Governare l’inatteso. Organizzazioni capaci di affrontare le crisi con successo, Cortina, 2010 (2007).

Jacob S., “Turno /Turn”, in Duranti A. (a cura di), Culture e discorso. Un lessico per le scienze umane, Meltemi, 2001, pp. 376-382.

11 gennaio 2012

Gelato: cosa succede nel punto in cui due gusti si toccano?

Cosa accade quando, nella coppetta, il gelato al cioccolato tocca il gelato ai frutti di bosco?
Questa domanda mi affascina da tempo (e non so se per ragioni dinamiche o teoretiche).
Giosué, mio figlio di sette anni, mi ha sentito porre la questione e con il cucchiaino ha mescolato i gusti della vaschetta di gelato (cioccolato, pistacchio, limone, cassata) e ha detto: “papà, guarda cosa succede quando mescoli i gusti!”.
No, non è questo che intendevo.
Il punto non è questo.
Non si tratta di mescolare i gusti (non si tratta di fare un mischione, come si direbbe con parlata informale).
Il punto è un altro (quasi opposto, direi).
Fermo restando che è questione di rilievo anche il mescolare elementi diversi, quello che mi interessa è la fenomenologia e la [dinamica] del contatto tra elementi o situazioni in evoluzione intrinseca.

Per entrare nel campo organizzativo…
Cosa succede quando due sfere di potere si toccano?
In che misura le distinzioni sfumate sono funzionali al potere o lo ostacolano?
Messa così – allusivamente – si può solo immaginare che le zone d’ombra siano ricettacoli di potere agito grazie all’assenza delle necessarie visibilizzazioni.

Ma…

Iosua2011

8 gennaio 2012

2011 in review

The WordPress.com stats helper monkeys prepared a 2011 annual report for this blog.

Here’s an excerpt:

The concert hall at the Sydney Opera House holds 2,700 people. This blog was viewed about 17.000 times in 2011. If it were a concert at Sydney Opera House, it would take about 6 sold-out performances for that many people to see it.

Click here to see the complete report.

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